carnet de route du dessinateur assis.(515)

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GIORNALE DI BORDO
DEL
CAPITANO NEL
PORTO.(515)

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DOMENICA A DUE RUOTE.
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''Il ne faut pas oublier LES CHOSES les plus simples,
'l n' faut pas LES oublier''
(Joan Baez & Maxime Le Forestier)
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La mia mamma non e' mai andata in bicicletta. Morta nel sonno,
come un angioletto, a quasi novant'anni, la mia mamma non la
scordo, povera e valorosa donna. Ma, non e' mai andata in
bicicletta. O, quasi...
Aveva un suo modo preciso (''rigido'') nel giudicare le cose
e riteneva che stare in equilibrio su due ruote gommate e
in precario movimento eccedesse ogni logica possibile.
Per questo, una bella domenica d'estate, dopo il rituale pasto
festivo di mezzogiorno con i due o tre inevitabili parenti
invitati, noi cinque suoi figli decidemmo di prendere la
faccenda saldamente in mano e dimostrare al mondo che
anche l'impossibile poteva essere realizzato.
S'era frattanto riunita una piccola folla, una cinquantina
di individui ansiosi e divertiti, tutto il vicinato.
Pareva una partita di calcio (d'folbar...).
Mentre due di noi mantenevano l'infernale veicolo in
postura adeguata, mentre due altri fratelli tenevano la
povera donna saldamente per le braccia per evitare che
scappasse via (come era la sua evidente intenzione), il
quinto, ch'era corridore velocipedistico (vinse perfino due
corse), con la pazienza d'un gesuita spiegava gli enigmatici
arcani della gestione d'un meccanismo a due ruote utile per
spostarsi senza troppi danni: per far andare una bicicletta
bisogna pedalare, il movimento e' fonte d'equilibrio,
bisogna tenere il manubrio in tal modo, e ''tutti quanti-
tutti frutti''(''tciulli-frulli''). Io, nel mio piccolo
(avevo otto anni, forse) citavo Kant, Benvenuto Cellini,
il papa Pio X, Gramsci, Hemingway, Nostradamus, Amleto,
Wittgenstein, Mike Bongiorno, Umberto Nobile, Togliatti, e
cosi' via, a darle forza e morale, per incoraggiarla.
Ma non fui  molto convincente. Stando al suo occhio...
Sistemammo dunque la povera mamma a cavallo sulla sella,
la facemmo pedalare per trenta metri sul cortile, tenendola
con saldezza sui due lati, evidentemente. Questo semplice
esercizio fu ripetuto una ventina di volte. Riuscimmo
perfino a lasciarla sola durante cinque metri, senza che
capitombolasse. Un record. (V. il Guinness dei primati...).
Sul finire (la ''performance'' duro' quasi due ore)
decidemmo di osare il passaggio ad uno stadio superiore,
dopo attenta analisi dei risultati precedenti. Fra
l'entusiamo degli astanti si dispose la bicicletta con
mamma sopra all'inizio dello stradone che portava al paese,
lo stradone aveva due ''fossalinis'' di lato. "Pericoloso".
''Bisognerebbe vivere solo in una maniera PERICOLOSA''...
Spingemmo la povera donna sul suo inestimabile attrezzo,
lasciandola d'un tratto SOLA. Fatti dieci metri, urlando,
la mia povera mamma che teneva il manubrio fisso come un
chiodo fini'nel fosso di fianco. Pedalando a vuoto nella
melma. Ma frenetica. Senza essersi fatta male, grazie a
quel bizzarro di dio.
Con lei non si parlo' mai piu' di bicicletta.
***
O quasi...
***
Esistette una parvenza di progetto per costruire un
triciclo, ben piu' stabile di un velocipede a due
ruote, e ne feci perfino il disegno. Il mio fratello
piu' vecchio aveva comperato una vecchissima ed
enorme Bianchi di prima della guerra, la moto andava
in pezzi ed ogni sabato egli lo perdeva nel
ripararla. Per non rovinarsi coi meccanici, soldi non
ce n'erano, il mio fratello piu' vecchio aveva
ottenuto un'attrezzatura completa da saldatore,
forgia, carbone, occhialoni, e tutto e tutto,
barattandola con tre lepri e altra selvaggina a venire.
(Tre dei miei fratelli con mio padre in piu'
erano cacciatori, quattro schioppe in casa, quasi
una Banda Armata...).
Avevamo pure in cantina il rottame di una vecchissima
bicicletta che doveva essere sicuramente, a prima vista,
il lascito di un soldato italiano in fuga dopo la
rotta di Caporetto. Scappava meglio a piedi...
Disponevamo dunque di tutto quel che abbisogna
per fabbricare un triciclo come si deve. Avevo pure
previsto una gerla metallica utile per trasportare
la spesa dal paese a casa. Geniale. Mia madre non parve
proprio entusiasta, ma proprio per niente, e boccio' il
progetto pertanto gia'avanzato. Siccome era morta
''la gnana Rosa'' a 101 anni e qualche mese una
pregevole eredita' le era venuta nelle scarselle.
Ne uso' una parte per comprare ad uno dei miei
fratelli una vecchissima Fiat 1100 dalla pietosa
qualita' meccanica, con questa si faceva portare
a far la spesa e pure al Mercato del
Mercoledi' a Latisana ('l miarcui). Poiche' quattro
ruote sono sempre meglio di due. E poi: se piove?
(Morale della favola: per evitarsi il terrore di
andare in bicicletta la mia mamma spese dei soldi
preziosissimi in una scassatissima Fiat 1100. La
quale corse testardamente sulle sue gomme ancora
sei anni tuttavia, prima di poi morire sfatta...).
Fu per questo che non terminammo mai
la costruzione del triciclo, opera insigne...).
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QUI SOTTO: 60 anni or sono i Kamikaze nipponici, in
questi giorni d'agosto, "tiravano le loro ultime
cartucce", senza sapere quel che sarebbe accaduto
SABATO PROSSIMO (6 agosto...), perché non si puo'
pensare l'impensabile... questo è certo.
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